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IL LABIRINTO
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Vivemo, Lesbia mia, famo l'amore

di Catullo

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Vivemo, Lesbia mia, famo l’amore

 

Videoclip

Alessandro Contadini legge Catullo da Vivemo, Lesbia mia, famo l'amore 0'46

 

Notizie sull’autore

Catullo

 

 

 

 

Collana Spillature

Testo originale a fronte

Catullo
Vivemo, Lesbia mia, famo l’amore
e antri versi arivortati in romanesco
da Ottavio Sforza
In copertina un disegno di Nancy Watkins
2008 Pagine 40 Euro 4,00

ISBN 978-88-89299-56-2

 

Catullo Vivemo Lesbia mia, famo l'amore

Se c’era un modo nuovo e insieme ovvio di tradurre un poeta latino, e un poeta come Catullo in specie, questo lo ha certo trovato Ottavio Sforza. Con le sue versioni dei carmi catulliani egli sostiene e prova che la lingua più sintetica dopo il latino è il romanesco, che del resto, aggiunge provocatorio, dal latino direttamente deriva.
Né il gusto del controsenso è estraneo a questa impresa. Avvicinatosi a Catullo non ignaro del giudizio sferzante di Baudelaire sul poeta romano e la sua «banda di elegiaci brutali e epidermici», Sforza riconosce di aver agito da infiltrato: «Sono entrato nella banda – confessa serio e sornione il traduttore – e ho stabilito intimità con il capo per tendergli la mia rete letterale; ho forzato la sua brutalità, l’ho portato allo scoperto e, come succede a tutti gli infiltrati, mi sono a mia volta scoperto, scoprendo qualcosa su di me».
Azzardo o divertimento, ecco un poeta di Roma antica restituito alla moderna lingua di Roma, con la sua smaccata muscolatura retorica e la sua destrezza, il suo aplomb e gli scatti micidiali, senza nulla togliergli dell’eleganza metrica e melica originaria.


da Vivemo, Lesbia mia, famo l’amore

 

Me pare che dev’esse paro a un dio
e puro più de ’n dio, si se pò dì,
quello che sta de fronte a te e ’gni tanto
te guarda e sente
che ridi dorce, e io ce perdo i senzi
pover’a me, ch’abbasta che te vedo,
Lesbia, e nun m’arimane manco ’n filo
de voce in bocca,
ma la lingua s’addorme, come ’n foco
me córe dapertutto, un gran ronzio
ne le recchie arisona, e m’aricopre
l’occhi la notte.

(Traduzione di Ottavio Sforza)

 

Recensioni

UN CATULLO ROMANESCO

di Francesco Dalessandro


«La lingua più sintetica dopo il latino è il romanesco». Quest’affermazione così perentoria si legge all’inizio della nota di traduzione che accompagna e chiude questo curioso e bel libriccino: Vivemo, Lesbia mia, famo l’amore, con il quale Ottavio Sforza si è cimentato in un’impresa audace e ad alto rischio di fallimento, ma perfettamente riuscita, cioè quella di «arivortà in romanesco» alcuni carmi di Catullo.
Nel corso della nota, il nostro traduttore esemplifica convincentemente il perché, secondo lui, il romanesco raggiunge il massimo della concentrazione con il minimo sforzo, ovvero con il massimo risparmio. Scrive: «Il romanesco non è un’alterazione dell’italiano, è una continuazione del latino. Consideriamo. Semo è più vicino a sumus che non siamo; come la prima persona rispetto a sum, da cui è così lontano l’italiano sono... Solo a Roma echeggiano ancora parole radicalmente latine come l’avverbio mo (da modo), e chi si è mosso per le sue strade dirà sò ito...». Gli esempi più appropriati, però, sono nei testi stessi delle traduzioni. Il raffronto con l’originale darà subito ragione di quanto detto se ci soffermiamo, ad esempio, su alcune scelte davvero felici, come il metti scorza che traduce l’obdura latino del carme Miser Catulle, desinas ineptire; oppure come chi ama ama de più, ma er bene scenne che traduce uno dei versi più belli e terribili di Catullo: cogit amare magis, sed bene velle minus, l’ultimo del carme Dicebas quondam solus te nosse Catullum. È però nel confronto con le traduzioni italiane in circolazione che la dimostrazione acquista forza. Per darne qualche esempio ho scelto il carme Ille me par esse deo videtur (traduzione di una traduzione, o, per meglio dire, dell’imitazione di una ben nota poesia di Saffo), uno dei testi dove meglio si dimostrano la capacità interpretativa e la fedeltà all’originale del nostro traduttore.
Leggiamo la poesia nell’originale latino: Ille mi par esse deo videtur, / Ille, si fas est, superare divos, / Qui sedens adversus identidem te / Spectat et audit // Dulce ridentem, misero quod omnis / eripit sensus mihi: nam simul te, / Lesbia, aspexi, nihil est super mi / [Vocis in ore] // Lingua sed torpet, tenuis sub artus / Flamma demanat, sonitu suopte / Tintinant aures, gemina teguntur / Lumina nocte.
Ed eccone la versione in romanesco: Me pare che dev’esse paro a un dio / e puro più de ’n dio, si se pò dì, / quello che sta de fronte a te e ’gni tanto / te guarda e sente // che ridi dorce, e io ce perdo i senzi /pover’a me, ch’abbasta che te vedo, / Lesbia, e nu’ m’arimane manco ’n filo / de voce in bocca, // ma la lingua s’addorme, come ’n foco / me córe dapertutto, un gran ronzio / ne le recchie arisona, e m’aricopre / l’occhi la notte.
Mettiamo a confronto questa versione (che del resto – come racconta il traduttore stesso – nasce dal disappunto suscitato in lui da un pessimo precedente, che non cita, ma che è facile indovinare quando si sappia che uscì da Einaudi diversi anni fa), con le altre tre in lingua reperibili in libreria. Non potendo riprodurre integralmente queste ultime, mi limiterò a qualche esempio cruciale. Vediamo come viene tradotto l’inciso al secondo verso: si fas est, che alla lettera vuol dire: se è consentito, se è lecito. Enzo Mandruzzato, la cui traduzione, per la B.U.R., ha in comune con questa di Sforza il metro: strofe di endecasillabi chiuse da un quinario (ma l’economia della lingua, come la corrispondenza di significato delle parole romanesche con quelle latine, è a tutto vantaggio di Sforza); Mandruzzato, si diceva, interpreta, perciò traduce quell’inciso con: se dirlo non è colpa; addirittura un settenario: sostanzialmente corretto, ma, a mio parere, eccessivo nell’economia del testo. Tiziano Rizzo (Newton Compton) traduce la stessa espressione con: bestemmio, sintetico ma anch’esso eccessivo, stavolta nel senso. Mario Ramous (la cui traduzione, per i Grandi Libri Garzanti, fra le tre è, in generale, quella più riuscita), traduce con: vorrei dire. Sforza, l’avete letto, traduce: si se pò dì, che mi sembra la resa più esatta.
Un altro esempio. Il finale della prima strofe e l’attacco della seconda: Spectas et audit // Dulce ridentem, viene tradotto da Ramous con un prolisso: gli occhi fissi / t’ascolta ridere // dolcemente. Rizzo se la cava con un poco convincente: si delizia e ascolta // dolce te che ridi. Mandruzzato, infine, è preciso in: ti guarda, e ascolta, ma non lo è altrettanto in: e tu sorridi con dolcezza, un inutile allungamento. Ricordiamo come ha tradotto Sforza: te guarda e sente // che ridi dorce: massima concentrazione, massimo risparmio.
Ultimo esempio. Il finale: gemina teguntur / Lumina nocte. Mandruzzato traduce: l’ombra si moltiplica / davanti agli occhi, che non mi pare granché preciso. Rizzo: diffusa notte / ottenebra gli occhi. Ramous: su questi occhi / scende la notte. Sforza ha tradotto, invece: m’aricopre / l’occhi la notte, con una precisione e un’esattezza che direi esemplari.
Per finire, mi accorgo ora, rileggendo gli esempi fatti, che se anche non fosse il romanesco ma l’italiano, la lingua di questa traduzione, essa sarebbe ugualmente esatta, precisa, economica; il che, in fondo, sta a dimostrare l’assoluta bravura del traduttore.

«il Portolano», XV, 58-59, luglio-dicembre 2009


Gaio Valerio Catullo è nato a Verona intorno all’84 a.C. e morto a Roma all’età di trent’anni. La sua opera, come ci è stata tramandata, comprende 116 componimenti di metro vario che alternano amori e odi, tenerezze e invettive.

 

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